
È incredibile come il sottobosco romagnolo sforni di continuo band eccellenti.
Gli April Comes In June ne escono sottovoce, incollandosi nel mio spazio personale come una delle migliori formazioni nate nel 2009.
Michele, Andrea, Mattia. Tre nomi qualsiasi, anche piuttosto comuni. Me li ritrovo per caso in rete con tre pezzi ed è una sorpresa che mi fa buttare giù le prime immediate sensazioni nate durante l’ascolto. Perché gli April Comes In June più che una band sembrano una sensazione passeggera, qualcosa che ti attraversa lentamente e si insedia sottopelle, qualcosa che attira l’attenzione e ti fa fermare, interrompere, ragionare, sorprendere di esserti trovato in mezzo quando ormai è troppo tardi.
Fuori piove e c’è la nebbia. Un uomo col cappotto scuro esce di casa, cammina a testa bassa, è solo, stringe le mani affondate nelle tasche. Ha l’aria di nascondere qualcosa, un segreto, forse un ricordo.
"Everyone in gone" è un pezzo perfetto. Come è perfetta la malinconia quando vuoi solo chiudere la porta e lasciarti attraversare dagli eventi.
Everyone is gone non parla di un uomo col cappotto scuro, ma l’immagine personale che mi scuote è la stessa che ho descritto. L’invadenza di un suono vagamente alla Death Cab For Cutie che sussurrato ti circonda e ti trasporta a tentoni tra la nebbia di una città deserta. Dove non puoi fare a meno di voltare le spalle per scrutare il nulla dopo ogni passo.
"Rainy conutry" è l’istante in cui hai appena lasciato la ragazza e non sai ancora come ti senti. L’inverno appanna il vetro della finestra e avvolge il titolo, la voce sussurrata, il suono che in alcuni punti porta alla mente le atmosfere nordiche dei Sigur Ros. Le note si staccano come gocce d’acqua da un pezzo di ghiaccio quasi senza fare rumore. Un risveglio leggero dopo aver sognato la primavera, per accorgerti che fuori di casa il cielo è ancora completamente grigio scuro.
Nella parte iniziale di "Is life Under The Sun Not Just A Dream" c’è qualcosa che mi ricorda gli Elliott, giusto il tempo di rendermene conto e tutto cambia improvvisamente. La voglia di emergere sottovoce si alza in piedi per brillare di un’improvvisa energia strumentale.
Tutto e subito. Ecco quello che voglio. Salgo in cima alla montagna e guardo ogni cosa dall’alto, nell’occhio del ciclone, dove tutto torna improvvisamente calmo e fermo.
In fondo, le nuvole sono solo navi sbattute dal vento. In attesa della prossima tempesta.
Adieu.
checco

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